
Visualità di genere. Architetture / Immagini / Linguaggi
editore
La Scuola di Pitagora
anno
2026
luogo
Italia
progettista citata e autrice saggio
Elisa Burnazzi
pagine
287-325
isbn
979-12-5613-102-0
a cura di
Starlight Vattano
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Magazine
Una città a misura di donna
Desidero esprimere la mia sincera gratitudine al DICAM e all’Università di Trento, e in particolare alla docente Starlight Vattano per avermi invitata: è per me un grande onore aver preso parte alla giornata di studi internazionale Gendered Visualities. Architectures / Images / Languages. Vorrei anche ringraziare l’associazione AIDIA (Associazione Italiana Donne Ingegnere Architette) di cui faccio parte, per avere sollecitato un contributo da parte mia su questi temi, i quali sono stati esposti, in forma molto più sintetica in occasione di una seduta del Consiglio delle Donne di Trento, il 20.02.2024, per poi essere inclusi nel testo Il consiglio delle donne 2021-2025. Percorsi condivisi, sguardi al futuro (2025).
Questo contributo offre uno spunto per riflettere sul ruolo delle donne nella progettazione urbana e architettonica, soffermandosi su alcune questioni fondamentali, tra cui la visibilità e l’empowerment delle donne nel campo dell’architettura, la pianificazione urbanistica e gli oggetti di design urbano, il ruolo della tecnologia e infine, termina esponendo ulteriori considerazioni sul tema della visibilità delle professioniste architettoniche più iconiche del nostro passato e del presente. Il primo punto di questa riflessione è la visibilità. Se il nostro obiettivo è quello di costruire città realmente inclusive, a misura di donna e cioè capaci di rispondere ai loro bisogni, allora dobbiamo iniziare riconoscendo e valorizzando la presenza, il contributo e la competenza delle progettiste e delle professioniste che operano nel campo dell’architettura e dell’urbanistica.
In questo senso, i premi di architettura rivolti specificamente alle donne rappresentano un segnale forte1: affermano e portano all’attenzione di un vasto pubblico che le donne non solo sono presenti nelle discipline tecniche, ma che sono anche soggetti attivi nella trasformazione concreta degli spazi urbani (Fig. 1). Le donne costruiscono: mi sovviene il ricordo del n. 1429 della rivista The Architectural Review. Women in architecture e le parole dell’allora direttrice Christine Murray, che ebbi il piacere e l’onore di conoscere a Londra nel 2016, che nel suo saggio intitolato Five years ago, I asked a question: why do women leave architecture? prova a dare alcune risposte. Se anche a distanza di nove anni le differenze di reddito e opportunità tra architette e architetti sono ancora lontani dall’essere colmati, Murray con i premi da lei fondati, ha permesso a molte colleghe, me compresa, essendo stata selezionata per la fase finale, di farsi conoscere su scala internazionale.
Nonostante questi riconoscimenti dedicati alle progettiste siano ancora poco diffusi, due di essi sono in Italia ed altrettanti all’estero e tutti ricoprono un valore simbolico molto rilevante. In Italia, possiamo citare il Premio Anna Taddei, dedicato all’omonima architetta, vicepresidente dell’Ordine degli Architetti di Modena e fondatrice della Commissione Pari Opportunità, promosso dallo stesso Ordine, nel quale ho ricevuto la menzione d’onore nel 2024 e il concorso Idee per un mondo che cambia, di AIDIA, che ho vinto nel 2022 con un progetto di riuso creativo dei rifiuti in ambito culturale, l’allestimento e grafica Centro S. Chiara (che rischia purtroppo di venire completamente smantellato nei prossimi anni, in occasione di un intervento di rigenerazione urbana del comparto dove è inserito).
A livello internazionale, si distinguono nel Regno Unito il Women in Architecture Award e il Moira Gemmill Prize, in ricordo dell’omonima architetta, responsabile del design e delle mostre al Museo di Londra e direttrice del design al Victoria and Albert Museum, entrambi promossi dalla storica rivista The Architectural Review e fondati da Christine Murray, citata poco sopra, nonché il Prix Femme Architecte, istituito in Francia dall’associazione ARVHA (Association pour la Recherche sur la Ville et l’Habitat).
Certo, per vincere un premio è fondamentale proporsi, partecipare, e per esperienza, sono davvero troppo poche le architette che vogliono (o possono) dedicarsi a queste attività promozionali che sono abbastanza impegnative, in termini di tempo, e di conseguenza anche di denaro.
Vorrei ora soffermarmi brevemente sulle radici della pianificazione urbana e dell’architettura moderna e contemporanea. Nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale, l’urbanistica e l’architettura furono profondamente influenzate dal pensiero dell’architetto e urbanista Le Corbusier (pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret-Gris, 1887-1965), in particolare dal suo sistema proporzionale il “Modulor”, elaborato nel 1948. Esso si proponeva come un sistema di “misure armoniche adatte alla scala umana, universalmente applicabile tanto all’architettura quanto alla meccanica”.
L’urbanistica e l’architettura standardizzate sono focalizzate sul mezzo, ossia il concetto di macchina per abitare, piuttosto che sul fine, che sono gli esseri umani che li abiteranno. Se consideriamo per un attimo il “Modulor”, ci accorgeremo che propone come standard il corpo maschile, presumibilmente bianco, vigoroso e comunque adulto. Per citare Murray (2018) “Architects are overwhelmingly male and pale, young and privileged, and there are legitimate concerns about them designing our cities in their image”.
Di conseguenza, dietro l’apparente neutralità del “Modulor”, si cela una visione standardizzata dell’essere umano, che assume il corpo maschile come riferimento normativo.
Questa standardizzazione, pur facilitando al progettista il controllo – attraverso la ripetitività – del processo progettuale, ha finito per semplificare e appiattire la complessità della realtà, la quale appunto è proprio perché ripetitiva più semplice da controllare. Ma la realtà è invece, umanamente, socialmente, culturalmente, naturalmente diversa, plurale e sfaccettata. Possiamo definire questo approccio semplificante come “robotico”, dominato dalla logica dell’efficienza tecnica, dal dominio della macchina, efficiente forse, ma lontana dall’umanità autentica.
Se desideriamo adottare una prospettiva di genere nella pianificazione urbana e architettonica, possiamo richiamare le parole di Whitney Young (1921-1971), di formazione ingegnere, attivista dei diritti civili degli afroamericani ed insegnante universitario: “The crisis is not in our cities, ladies and gentlemen. The crisis is in our hearts, the kind of human beings we are” (Young, 1968, p. 12).
Con questa affermazione, Young rovescia l’approccio tradizionale alla progettazione urbana, spostando l’attenzione dal mezzo, l’ambiente costruito, al fine ultimo, la persona. Per costruire città più inclusive, per gruppi spesso trascurati, Young sostiene che dobbiamo mettere al centro i bisogni di queste persone. La sua idea di architettura è inclusiva e ambiziosa, fondata sul riconoscimento dei diritti fondamentali e orientata alla responsabilità sociale e civile dei progettisti e delle progettiste, visione che ha ispirato molti altri/e dopo di lui. Un esempio emblematico di applicazione di questa prospettiva è rappresentato dalla città di Vienna, che incarna il valore aggiunto di uno sguardo femminile – o, più in generale, di uno sguardo nuovo e in precedenza trascurato – nella pianificazione urbana. Non a caso, nel 2023, Vienna è stata recensita, come la città più vivibile al mondo dalla rivista britannica Monocle (Fig. 2).
È importante sottolineare che i benefici prodotti da questa visione non si limitano alle donne. Grazie al lavoro pluridecennale dell’ingegnera Eva Kail (1959), insieme ad altre numerose e talentuose progettiste, la città è stata oggetto di un’analisi critica e di una profonda riformulazione, giocando un ruolo attivo nel miglioramento delle condizioni di vivibilità degli spazi urbani.
Negli anni ‘80 del Novecento Vienna aveva una carenza di spazi aperti ed inoltre il 60% delle persone viveva in edifici residenziali pubblici. La politica e le forze economiche della città avrebbero potuto imporre soluzioni calate dall’alto, senza una reale partecipazione o comprensione di chi le avrebbe dovute poi mettere in pratica.
Al contrario, la strategia di Kail è iniziata con un’analisi dei bisogni quotidiani della popolazione, raccolti attraverso sondaggi. Dal 1986, Kail ha avviato studi e ricerche sistematiche sulle condizioni di vita e di mobilità di specifici gruppi di persone, in particolare donne, bambini, persone della Terza età o con disabilità.
L’attenzione ai bisogni delle persone è proseguita negli anni ‘90 con una serie di interviste, ad esempio quella dal titolo “Come percepiamo la strada?” le cui risposte hanno prodotto 60 progetti pilota rendendo la strategia tangibile e reale, visibile e concreta. Sono state allestite mostre aperte al pubblico, come quella dal titolo “Chi è proprietario dello spazio pubblico? La vita quotidiana delle donne in città”. Kail ha contribuito a sviluppare politiche e soprattutto progetti adatti alle esigenze delle persone, emerse dai tanti momenti di confronto.
L’analisi dei bisogni e la ricerca di soluzioni hanno aumentato la consapevolezza della popolazione.
A partire dai dati raccolti, sono stati istituiti due uffici: il Frauen Büro e un Ufficio di coordinamento per la progettazione e la costruzione, entrambi finalizzati a recepire e tradurre in politiche urbane concrete i bisogni quotidiani delle donne.
Nel 2010, il contributo dell’ingegnera Kail è stato determinante per la nascita del programma di Gender Mainstreaming, un approccio politico che analizza l’impatto di leggi, programmi e azioni su persone di tutti i generi, assicurando che i bisogni di ciascuno vengano realmente considerati. Sono stati creati manuali di progettazione e organizzati concorsi di architettura di genere. Riguardo a questi ultimi, le giurie dei concorsi, attentamente selezionate in modo da garantire il rispetto di determinati obiettivi e una rappresentatività reale anche nei luoghi dove “si prendono decisioni”, hanno trasformato le parole in azioni.
I temi di genere sviluppati dall’ingegnera Kail si sono concentrati sulle abitazioni, i parchi e giardini, la mobilità, la sicurezza e la salute negli spazi pubblici, gli edifici pubblici, lo sviluppo urbano della città.
Nel 1997 è stato avviato il primo parco urbano con una prospettiva di genere, a seguito di un’accurata analisi preliminare. Uno studio di analisi socio-scientifica aveva l’obiettivo di comprendere e valorizzare gli interessi specifici delle giovani donne, spesso ignorate nella progettazione degli spazi pubblici. Ad esempio, sono state previste aree sopraelevate per l’osservazione e strutture dove potersi esibire, favorendo così l’appropriazione attiva dello spazio. Questo primo intervento ha condotto alla redazione di un piano strategico (1999), alla realizzazione di sei progetti pilota, di cui 4 con la partecipazione attiva delle ragazze. Successivamente si è passati alla valutazione degli esiti, attraverso dei workshop (2006) che hanno considerato la reale fruizione dei parchi, raccolto consigli e stilato delle raccomandazioni (poi diventate Linee guida) per la progettazione futura dei parchi e delle aree gioco sensibili alle differenze di genere.
Ne è derivata la progettazione di altri 14 parchi urbani, pensati secondo criteri inclusivi. Si è contestualmente formato un gruppo di lavoro composto dall’Ufficio di coordinamento per la progettazione e la costruzione, il Dipartimento Parchi e le Attività Extrascolastiche.
Il tema della mobilità in città, che spesso purtroppo non è progettata avendo a cuore i bisogni delle donne, e la cura dei bambini, di cui spesso si occupano è riportato anche in Murray (2018) dove leggiamo: What would our cities be like if mothers had more of a role in designing them? There would be ramps everywhere, for a start. Portare in giro un passeggino fa pensare alle scale in modo diverso.
Qualsiasi stazione o edificio pubblico – continua Murray (2018) – in fase di ristrutturazione dovrebbe per legge essere reso privo di gradini, dotandolo almeno di un ascensore.
A Vienna, già nel corso degli anni Duemila, l’attenzione di Kail si è infatti spostata sulla mobilità pedonale. In particolare, nel distretto pilota di Mariahilf, abitato da circa 28.000 persone, sono stati analizzati i flussi pedonali, suddividendoli in tre categorie. Tale approccio ha portato, tra le altre cose, a una riprogettazione dei marciapiedi per garantire che fossero sufficientemente ampi da accogliere un passeggino gemellare (e di conseguenza anche per le carrozzine delle persone con disabilità temporanea o permanente), rendendo gli spazi pubblici più accessibili e funzionali per tutte le fasce della popolazione. Un altro esempio significativo del lavoro dell’ingegnera Kail è costituito dai concorsi di progettazione riservati esclusivamente alle donne, organizzati a partire dal 1995. Uno di questi ha premiato il progetto di edilizia residenziale pubblica dell’architetta Franziska Ullmann, che ha ideato soluzioni abitative innovative, poi costruite e abitate. Le abitazioni progettate si distinguono per la capacità di adattarsi alle diverse fasi della vita e tipologie familiari, rompendo con la rigida standardizzazione imposta dall’urbanistica del secondo dopoguerra. Lo stesso appartamento grazie ad un’attenta distribuzione della struttura, degli impianti e degli spazi, grazie a delle pareti scorrevoli e ad altre sottili partizioni facilmente eliminabili, si può adattare ad accogliere persone single, coppie, famiglie con uno o due figli, ecc. (Fig. 3). Anche in altre città europee sono emerse pratiche virtuose. Un esempio è rappresentato dai progetti di cohousing di Berlino, che ho avuto la possibilità di visitare nel 2016, tra cui quello realizzato lungo il fiume Spreefeld dagli studi Carpaneto Architekten, Fatkoehl Architekten e BARarchitekten (Fig. 4).
Queste esperienze di cohousing rappresentano esempi intelligenti, coesivi e sostenibili di come sia possibile favorire la solidarietà intergenerazionale. In tali contesti abitativi, le famiglie – e in particolare le donne – possono ricevere supporto nella gestione quotidiana dei figli o degli anziani, i quali, allo stesso tempo, trovano compagnia, mentre gli studenti che offrono loro assistenza beneficiano di alloggi gratuiti in cambio del loro contributo (Figg. 5, 6, 7).
Queste unità abitative condivise prevedono soluzioni flessibili: in alcuni casi, due, tre o quattro famiglie che hanno le zone notte separate per nucleo familiare, condividono i soggiorni e i bagni, i quali vengono suddivisi in piccoli ambienti – dotati o solo di doccia, o solo di wc, o solo di vasca, ecc–, in modo da poter essere usati da più persone contemporaneamente. In altri, le famiglie mantengono l’autonomia domestica ma condividono gli spazi comuni, come le terrazze, i cortili, gli uffici e i giardini, rafforzando il senso di comunità e l’aiuto reciproco. Siamo spesso portati a pensare che l’urbanistica sensibile al genere sia più avanzata nei Paesi occidentali rispetto ad altre realtà. Tuttavia, ciò non corrisponde del tutto alla realtà. La progettazione urbana con un approccio di genere richiede strategie differenziate, basate su variabili come la geografia, la sicurezza e i ruoli sociali delle donne. Un esempio emblematico proviene da Mumbai, dove una delle problematiche più urgenti era – ed è tuttora – la sicurezza pedonale, in particolare per le donne.
Il libro Why Loiter? Women and Risk on Mumbai Streets, scritto da Shilpa Phadke, Sameera Khan e Shilpa Ranade, analizza in profondità i rischi che le donne affrontano negli spazi pubblici e sollecita la città a rivedere le proprie strategie urbanistiche.
Questo testo ha ispirato una campagna promossa da donne, lanciata nel 2014, in risposta a gravi episodi di violenza, con l’obiettivo di riappropriarsi degli spazi e dei mezzi di trasporto pubblici, soprattutto nelle ore notturne. Una delle azioni simboliche di questa campagna è stata l’introduzione di figure femminili nei simboli urbani, come nei semafori.
Rappresentare le donne nella segnaletica urbana è stato un gesto tanto semplice quanto potente, capace di restituire visibilità e legittimità alla loro presenza nel paesaggio urbano. In una fotografia ripresa dai social media e scattata nel 2020, si può vedere uno di questi semafori, con il profilo femminile chiaramente riconoscibile.
Dal punto di vista della riprogettazione dello spazio urbano, si è partiti raccogliendo i dati sul traffico pedonale e le statistiche sugli incidenti, che sono stati analizzati con il contributo dei pedoni, rendendo il processo partecipativo. Sebbene la sala decisionale avesse una percentuale significativamente bassa di donne, ciò non si è rivelato un limite in questo caso specifico. Nelle nostre città occidentali diamo per scontato un incrocio stradale ben progettato: il Lalbaug Junction, di Mumbai, in una zona molto trafficata e pericolosa non lo era affatto, ma grazie al percorso partecipato a cui sono seguite la riprogettazione e realizzazione, avvenute nel 2021, oggi è un luogo sicuro, simbolo di un rinnovato rispetto per la vita (Fig. 8). Torniamo ora in Europa, precisamente a Barcellona, dove possiamo trovare l’ottimo esempio del parco urbano Les Glòries (Fig. 9), progettato dall’architetto francese Jean Nouvel (1945). Qui il design urbano assume una funzione accogliente e invita alla partecipazione collettiva. Ma la domanda che dovremmo porre è: “a chi si rivolge realmente il design urbano? A chi sono destinati gli arredi delle nostre città?”
Alcuni esempi ci mostrano come sia possibile rendere l’ambiente urbano più inclusivo, anche sotto il profilo etnico e culturale, attraverso l’uso mirato di simboli e colori. Un caso emblematico è il Superkilen Park di Copenaghen, progettato dallo studio BIG e inaugurato nel 2012 (Fig. 10). Questo spazio rappresenta non solo un progetto architettonico di successo, ma anche un vero e proprio esperimento culturale e sociale, finalizzato alla riqualificazione di un’area urbana e alla promozione del dialogo tra le diverse comunità locali. In Italia, un’iniziativa simile è stata realizzata a Rimini, dove il parco inclusivo Tutti a bordo! Progettato da Fabio Casadei, in collaborazione con un gruppo di madri di bambini con disabilità, è diventato uno spazio molto frequentato da residenti e turisti.
L’obiettivo del progetto è stato quello di creare un ambiente realmente accessibile e condiviso, modellato sulle esigenze di chi spesso viene escluso dalla progettazione convenzionale (Fig. 11).
Tuttavia, come ci ricorda Elena Granata, docente di Analisi urbana e Geografia presso il Politecnico di Milano e autrice del volume Il senso delle donne per la città (2023), esistono anche esempi di arredi urbani ostili. Si tratta di elementi volutamente concepiti per impedire la sosta o il gioco, influenzando in modo sottile ma incisivo il comportamento degli utenti. Tra questi, troviamo le panchine dotate di braccioli centrali per scoraggiare il riposo da sdraiati, o gli spuntoni installati sulle soglie delle vetrine, o ancora dispositivi anti-skateboarding.
In alcuni contesti, si ricorre addirittura a dispositivi acustici ad alta frequenza, come quelli installati nella piazza del municipio di Ginevra, i cui suoni sono percepibili solo dai più giovani – un metodo per scoraggiare la permanenza di writers o venditori ambulanti. È significativo che questi strumenti siano facilmente reperibili online per meno di 200 sterline.
Il lavoro di Granata (2023) ci invita anche a riflettere criticamente sul ruolo della tecnologia nelle nostre città, e di conseguenze su chi le abita.
Come lei stessa osserva: “Quando penso al concetto di smartcity penso sempre al concetto di farmacon nel senso greco del termine. Un farmaco che ha benefici ma anche tanti aspetti negativi che si riflettono per forza di cose sul territorio” (Granata, 2024).
Questi effetti si manifestano sul paesaggio, sull’estetica dei nostri centri storici (emblematico è il traliccio di decine di metri su Strada Nuova, accanto alla chiesa dei Santi Geremia e Lucia a Venezia) e, soprattutto, purtroppo sulla salute. L’espansione massiccia delle infrastrutture digitali comporta costi e rischi sia per i cittadini che per le amministrazioni pubbliche: l’elettrosensibilità – riconosciuta come disabilità funzionale in Svezia ma non ancora in Italia – colpisce in modo particolare le donne. Allo stesso tempo, si osserva una correlazione crescente tra uso delle tecnologie e patologie neurodegenerative, o fibromialgia. Il Trentino-Alto Adige, in particolare, è una delle regioni che registra il numero di casi più alto in Italia di malati di fibromialgia, con una netta prevalenza di pazienti di sesso femminile. A ciò si aggiungono ulteriori problematiche economiche, come la svalutazione immobiliare degli edifici in cui sono collocate antenne della telefonia, la mancanza di copertura assicurativa degli stessi, o ricadute di tipo politico, come la diminuzione del potere pianificatorio dei comuni in materia di inquinamento elettromagnetico e le tante difficoltà amministrative legate alla regolazione di tali fenomeni.
Purtroppo, molti degli effetti negativi delle nuove tecnologie sulla salute si renderanno evidenti solo con il tempo, spesso a spese di bambini e persone fragili. In qualità di progettiste e tecniche, siamo chiamate ad agire seguendo il principio di precauzione e con senso di responsabilità, ponendo particolare attenzione all’inquinamento indoor – che si tratti di aria, acqua o onde elettromagnetiche.
Esistono oggi professionisti specializzati, dotati di strumentazioni in grado di misurare l’esposizione ai campi elettrici ed elettromagnetici e stimarne gli effetti, ed esistono materiali e tecniche che si possono utilizzare applicando il principio di precauzione, garantendo il raggiungimento di soglie di esposizione più salutari, raccomandate dalla Commissione Europea – Parliamentary Assembly of the Council of Europe, Resolution, 2011.1815 (0,2 volt/metro nel caso dei soggetti giovani o fragili).
Alcune amministrazioni locali in Italia, già oggi, stanno implementando piani e regolamenti specifici per contrastare l’inquinamento elettromagnetico, in conformità alla Legge italiana n. 36 del 22 Febbraio 2001 (legge quadro sulla protezione dall’esposizione dei campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici), previsti dall’articolo 8, comma 6. Tali strumenti normativi prevedono la realizzazione di mappe territoriali aggiornate ed aggiornabili delle installazioni, consultabili da enti pubblici, cittadini, associazioni di medicina ambientale e soggetti affetti da elettrosensibilità. Si tratta di un passo fondamentale verso una trasparenza effettiva e una pianificazione partecipata, in grado di tutelare tutte le persone, comprese le più vulnerabili. Con il periodo caratterizzato dall’epidemia globale di Covid-19 si è assistiti ad una diffusione sempre più capillare della tecnologia, in particolare tralicci telefonici e telecamere di videosorveglianza, senza una reale condivisione con la società civile sulle opportunità offerte da questi strumenti e sulla loro localizzazione.
Bisogna dire che nonostante prima del 2020, il panorama della videosorveglianza urbana fosse caratterizzato da una crescita della tecnologia, ma con diffusione e funzionalità meno avanzate rispetto agli anni successivi, una figura chiave nel dibattito contemporaneo sull’interazione tra tecnologia e urbanistica, e sulle dinamiche in atto nel mondo dell’economia a scala globale e nelle nostre città, è la giurista canadese Bianca Wylie (1979), di Toronto.
Wylie nel 2017 ha lanciato un forte allarme circa l’influenza crescente delle piattaforme digitali nelle nostre città. Giganti come Amazon e Google stanno progressivamente ridefinendo non solo il nostro modo di consumare, ma anche la configurazione fisica degli spazi urbani. La loro proposta di città efficiente e digitalizzata solleva interrogativi profondi in merito alla sorveglianza, alla privacy, e alla governance urbana. Wylie ha denunciato pubblicamente il progetto di un quartiere completamente digitalizzato a Toronto, riconoscendo che la raccolta dei dati personali non rappresentasse solo una forma di controllo dello spazio fisico ma anche una minaccia alla privacy e alla democrazia urbana. Dopo un lungo dibattito è riuscita a bloccarlo nel 2020, evitando che il controllo dei dati e dello spazio pubblico finisse interamente nelle mani di attori privati (Fig. 12).
Vorrei ora tornare sul tema fondamentale della visibilità, in particolare nel campo dell’architettura e del design d’interni. Se vogliamo progettare città che rispondano realmente alle esigenze delle donne, è essenziale promuovere una maggiore consapevolezza collettiva e valorizzare il lavoro delle architette, anche quelle del passato. Un esempio emblematico proviene dalla scuola del Bauhaus, fondata nel 1919, che inizialmente accolse le donne ma poi, a partire dal 1920, impedì loro di conseguire un diploma in architettura. Molte furono quindi indirizzate ai corsi di tessitura. Nonostante ciò, alcune di loro mostrarono coraggio e determinazione: una di queste fu Alma Siedhoff-Buscher (1899-1944), che continuò a progettare mobili trasformabili a ispirazione montessoriana, giocattoli e scenografie teatrali, lasciando un segno tangibile nel design moderno. Un’altra figura straordinaria è Margarete Schütte-Lihotzky (1897-2000), una delle prime donne a ottenere il titolo di architetta in Austria. È nota soprattutto per aver progettato nel 1926 la prima cucina moderna (Cucina di Francoforte), intesa come uno spazio razionale e organizzato, in grado di restituire autonomia e consapevolezza del ruolo alla donna.
Va ricordata anche l’architetta Lina Bo Bardi (1914-1992), autrice della celebre Casa di vetro, aperta alla luce e alla natura e del progetto del Museo d’Arte Moderna di San Paolo, concepito per celebrare e conservare la cultura popolare brasiliana. Le sue architetture colpiscono per la loro leggerezza e potenza simbolica. Proseguendo, incontriamo Kazuyo Sejima (1956), architetta giapponese di grande rilievo, che nel 2010 è diventata la prima donna curatrice della Biennale di Architettura di Venezia. Uno dei suoi progetti più significativi è la facoltà di Arti e Scienze, un edificio caratterizzato da una concezione architettonica eterea, fluida e luminosa (Fig. 13).
In conclusione, è doveroso citare Guendalina Salimei (1962), curatrice del Padiglione Italia alla 19ª Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Dal 1992, Salimei lavora al progetto Chilometro Verde (Fig. 14), volto alla riqualificazione di un grande complesso di edilizia popolare a Roma e dei suoi spazi pubblici2. Alla sua esperienza è dedicato anche un film interpretato da Paola Cortellesi e Raoul Bova, Scusate se esisto! Certo, molto resta ancora da fare. Tuttavia, abbiamo già compiuto progressi significativi.
Soprattutto, ci siamo messe in cammino. E sarà proprio insieme che potremo costruire una città realmente pensata a misura di donna.
